Quando litigavamo io e Igino si finiva sempre per rinfacciarsi chi aveva deciso di venire a vivere a Montebello e aprire il ristorante. Io gli dicevo maledetto il giorno che mi hai trascinato in questa bettola che mi ci sono giocata vent’anni, i migliori della mia vita. Lui mi rispondeva non dire cazzate che sei stata tu a volerci venire.
Per forza che glie l’avevo detto io di cambiare vita. Lui, quando lavorava alla Eurotex, si ammazzava di lavoro fino a sera inoltrata, stava sfiorando il tracollo nervoso e negli ultimi tempi aveva pure incomiciato a fare il giro dei locali fino a notte. C’era forse alternativa? Bisognava cambiare vita. Io avevo la mia piccola attività, e fruttava benino anche. Ma lui si era proprio arenato. Ci abbiamo messo ogni risparmio su quel ristorante. E che dio ce la mandi buona, abbiamo detto.
Lui, Igino, la prima volta che ha fatto un caffè, lo raccontava sempre, diceva, l’ho fatto ad una signora anziana e acida che si è risentita perché sul piattino non avevo messo la bustina di zucchero. Cos’è, aveva detto, lo zucchero non si usa più? e mentre tornava al banco per prendergliela, la bustina di zucchero, gli è venuto da piangere perché diceva, guarda dove cazzo sono finito, a farmi comandare da questa stronza io che avevo sotto di me sessanta dipendenti una volta.
In effetti non è mai stato il suo lavoro questo. Aveva le mani troppo affusolate. Per vent’anni avevano toccato solo la carta. E fino all’ultimo dei suoi giorni, il vassoio non l’ha saputo mica portare con disinvoltura. Ti veniva da andare li e reggerglielo tu quel vassoio tutto traballante.
Igino era bravo a curare le relazioni pubbliche. C’era nato per quello. Un bicchiere a te, cosa bevi, un rosso? Beh, ti faccio compagnia. E alla fine la gente al bar faceva la fila per farci quattro chiacchiere con questo bell’uomo che dal suo pulpito dispensava bicchieri di vino e lezioni di vita in perfetto italiano pergiunta.
Il ristorante, in quei primi dieci anni lavorava parecchio. E’ un buco adesso a vederlo così e può sembrare che le cose me le sto inventando, ma ogni tavolo faceva almeno due giri di tovaglia tutte le sere. In cucina c’era lo chef Gustavo e il suo piatto era la Paella. La paella di Gustavo s’era fatta fama di essere speciale nei dintorni perché più passavano gli anni e più la gente aspettava per occupare anche solo un tavolino la in fondo nell’angolo.
Ci eravamo creati subito nei primi anni, un giro discreto di clientela piuttosto affiatata e avvinazzata anche. Tanti ragazzi giovani che si sentivano abbastanza di casa. E anche gente meno giovane che però si comportava come se avessero tutti vent’anni. Alcuni di loro avevano quel brutto vizio che in quegli anni ce l’avevano in tanti di farsi le pere. Poteva anche non sembrare, a vederli così tutti vestiti bene, ma noi lo sapevamo perché chi sta dietro il banco sa sempre tutto di tutti. Ma Igino sembrava non preoccuparsene. Basta che lo fanno fuori di qui, diceva, io non mi occupo di quello che fanno fuori. Però poi, quando si trovava davanti uno di questi ragazzi gli metteva sul marmo il bicchiere di vino e gli diceva ma che cazzo stai facendo.
Visto l’afflusso di clientela che pareva che in quella parte di mondo ci fosse un disperato bisogno di un bar, abbiamo deciso di chiamare dei musicisti che ravvivassero l’atmosfera del sabato sera. C’era Giulio Calvan alla pianola. E Gianni Tromba alla tromba. Che neanche adesso sono in grado di dire se si chiamava veramente così o se fosse un soprannome. Credo che fosse il soprannome sennò con quel cognome dubito che ti metti a prendere lezioni proprio di tromba.
A quel tempo avevo i figli piccoli. Dico avevo perché ho dovuto tirarmeli su tutti da sola e senza mai smettere di lavorare un giorno. Stavo in cucina ad aiutare Gustavo, poi correvo al banco, poi di nuovo in cucina e via in ristorante ad aiutare Maria, la cameriera. E ho continuato così anche quando sono rimasta incinta, fino al nono mese. Igino non si è mai sognato di dirmi riposati che ci penso io, cioè, magari me lo diceva anche, ma poi si girava a fare quello che stava facendo ed era chiaro che non avrebbe pensato proprio a niente.
Una sera, quando ero all’ottavo mese, sono scivolata su una piastrella oleosa, e sono finita con la mano dritta nella friggitrice che andava. Ustione di secondo grado. Questo però l’ho saputo poi, perché quella sera ho tirato fuori la mano e sono andata avanti a lavorare fino a mezzanotte che avevo il ristorante pieno zeppo di gente. Igino intanto andava da un tavolo all’altro a dire com’è andata la cena, vi posso offrire qualcosa, complimenti per la scollatura.
Non ha mai faticato a conquistarle le donne, soprattutto quelle zoccole che frequentavano il bar che nessuno doveva faticare per conquistarle quelle li. Sposate o no non aveva importanza. Quando erano su di giri dall’alcol poi non le dico. Io intanto stavo in cucina ad ammazzarmi di lavoro che con il passare degli anni le gambe mi sono diventate larghe come due tronchi di quercia. Le vene mi scoppiavano tra lo stare in piedi tutto il giorno e il calore insopportabile del forno. Mentre le altre di là, tutte belle profumate, si ingegnavano per farmi cornuta senza porsi troppi problemi nei miei confronti. Poi ciao Roberta come stai tutto bene, mi dicevano col sorriso agli angoli della bocca.
Igino faceva il cascamorto con tutte, così, in automatico, brutte e belle. Ma mica tanto per provarci, per provocare piuttosto. Peccato che alcune di loro se ne andavano letteralmente in brodo di giuggiole.
Quella del bar dei primi anni era una marmaglia piuttosto godereccia e promiscua anche. Non mi manca per niente. Fannulloni dal primo all’ultimo e anche qualche persona per bene.
Poi nel novanta abbiamo deciso di fare i lavori, ci sono costati cento milioni. Ti faccio fare la signora diceva Igino, vedrai che bel posticino di classe che facciamo. Effettivamente dopo la ristrutturazione la clientela è cambiata a occhio nudo, la compagnia di giovani si è dileguata, molti di loro, quasi tutti, hanno messo la testa a posto, si sono sposati e hanno messo su famiglia. Altri no. Il bar non ha lavorato più fino a tardi come prima, abbiamo smesso con la musica e la sera si chiudeva prima.
Al posto dei superalcolici si è cominciato a servire caffè e cappuccini. I soliti perdigiorno hanno lasciato il posto agli impiegati, operai, gente che lavora insomma. Ma la sostanza non è cambiata. Io in cucina a spezzarmi la schiena e Igino di là a curare le relazioni pubbliche.
Una cosa forse si che è cambiata. Che, Morello, il direttore della banca, è diventato uno di famiglia. Ha cominciato a chiamare spesso e il suo nome veniva sempre tirato in ballo, a pranzo e a cena.
Non creda che sia facile tirare su tre figli in queste condizioni. Il nostro appartamento era al piano di sopra. Nelle ore di lavoro intenso i bambini erano un po’ lasciati alla baby sitter e un po’ a se stessi. Nel giro di cinquanta minuti riuscivano a distruggere l’appartamento se erano in serata. Quando erano piccoli, che non potevo stargli dietro perché al bar c’era una baraonda fino alle due di notte, me li vedevo razzolare di qua e di la fino a tardi come animali da cortile. Siamo sempre stati insieme ma insieme veramente non ci stavamo mai.
Il salotto di casa lo vedevamo gran poco. Pareva una casa disabitata la nostra. La vera casa era il ristorante e i famigliari erano i clienti che passavano con noi pranzo e cena. Ogni sera la compagnia cambiava. A volte invece, per lunghi periodi, le facce erano sempre le stesse, quelle dei clienti abituali che le ditte della zona ce li mandava a pranzo e cena perché gli si faceva un buon prezzo. E così si entrava pure in confidenza e essendo che le cene erano l’unico momento di comunione della famiglia, andava a finire che si condivideva con qualcuno qualsiasi cosa. Scazzi, frustrazioni e entusiasmi anche. E qualcuno ci si è affezionato pure ai nostri scazzi, che si sentiva a casa.
Mi ricordo il signor Moretti per esempio. Ogni anno, da dieci anni, ci manda una cartolina di saluti. Era un romagnolo alto quasi due metri e con uno stomaco colossale. Da diverso tempo la ditta di filati per cui lavorava lo mandava a fare formazione in Texas. Stava lontano da casa per mesi tra il Texas e Montebello e quando tornava da noi gli si faceva sempre una gran festa com’è andata in America la famiglia tutto bene e ogni volta sembrava un po’ più americano di quando era partito. Indossava sempre un laccetto al collo tipo JR di Dallas, se lo ricorda Dallas? e un cinturone con una fibbia metallica enorme. Te lo vedevi arrivare con un sorriso perenne stampato sulla faccia, boia d’un mond leder diceva, che sembrava appena sceso da cavallo anche se non era americano neanche un po’ e aveva pure un accento romagnolo che ciao.
Per mesi ce l’avevamo davanti, appollaiato al suo tavolino che sembrava rimpicciolito, il tavolino intendo. Ci raccontava la rava e la fava sull’america, su quanto mangiano gli americani che non gli sembrava il caso di fare dei complimenti e ogni volta diceva ho preso altri cinque chili boia d’un mond leder. Ci parlava della suocera che faceva ancora i tortellini fatti in casa e dei figli che non li vedeva mai e si vedeva che ci stava male quando ne parlava.
E la nostra vita è stata così, un po’ come vivere in piazza, nessuna intimità. Nessun momento di riposo. C’era sempre qualcuno da andare a servire. Le litigate importanti sono sempre avvenute in cucina, spesso a mezza voce, urlate quando la rabbia era troppa da contenere tutta. La discussione avveniva ad intervalli, tra il contorno per il signor Calloni e i secondi del tavolo cinque. Dai Igino non urlare che ti sentono di là. Me ne fotto diceva lui quando proprio era incazzato che gli saliva la bile ai massimi livelli. E bam! Se ne andava via sbattendo la porta che io mi sentivo un grumo di vergogna sulla bocca dello stomaco a pensare che di la avevano sentito tutto.
A volte mi sembrava di stare in una gabbia di matti e io ero la più matta di tutti, che parlo parlo ma ho sempre avuto l’isteria facile. E’ che questo, lo dico sempre, è un lavoro che ti leva la voglia di vivere. Arrivavo alla sera e mi stendevo sul mio letto che non vedevo che quello. E anche il mio Igino, che col tempo è diventato un po’ più pacato e anche un po’ meno infedele, non per scelta sua ma perché ormai la natura gli impediva di esserlo, si è fatto logorare da questo ambiente. Anche lui in fondo ha passato i migliori anni della sua vita come un leone in gabbia. In questi cento metri quadrati ci abbiamo passato tutte le ore felici e infelici, ci abbiamo fatto tre figli, li abbiamo cresciuti nel meglio delle nostre possibilità. Mi piacerebbe poter dire senza rimorsi ne rimpianti, invece ne ho da vendere di rimorsi e soprattutto di rimpianti.
Ma quel che è stato è stato ci dicevamo negli ultimi anni. Tra poco c’è la pensione, vendiamo la baracca e ci compriamo un piccolo rustico qui, su in collina, così ci riprendiamo il maltolto. Che lui, Igino, non è mai stato uno da rustico ma si vedeva che l’idea cominciava a piacergli anche a lui. A vederlo invecchiare così, in silenzio su una sedia, non ce la facevo proprio. Ci prendiamo una bella casetta con il giardino, dicevo sempre. Io curo l’orticello e tu Igino, stai seduto sulla tua sedia, all’aria aperta però. Così magari, mentre io poto il gelsomino, facciamo anche quattro chiacchiere, anzi di più, tutte le chiacchiere che abbiamo in arretrato. Si, chiacchieriamo tutto il pomeriggio fino a che non scende il sole che è ora di accendere il caminetto. Anche se ora sono vecchia e grassa, e brutta anche. Ma sono tutto quello che ha. L’ho rincorso tutta la vita quest’uomo generoso con tutti tranne che con me. L’ho rincorso, e ora la vecchiaia è l’unica possibilità che ho per averlo finalmente tutto per me. Questo mi dicevo.
E invece sbagliavo. E di grosso anche. Perché Igino è morto proprio un mese prima di andare in pensione. E io sono ancora qui, piena di debiti e stanca fino al midollo nella baracca che per tutta la vita mi ha vista prigioniera. Prigioniera volontaria dice mio figlio. Ma i figli credono di sapere tutto loro.
Fuori dalla porta c’è un cartello con scritto cedesi attività. E’ appeso li da più di tre anni. Ma io sono forte, e non perdo la speranza. Intanto vado avanti e aspetto che qualcuno compri la mia prigione che quando sarà, perché prima o poi sono sicura che la venderò la baracca, mi comprerò un piccolo rustico in campagna. Magari con un piccolo orticello dove seminare un po’ di insalatina e, se ci sarà spazio abbastanza, anche qualche pianticella di pomodoro.